Il genio...

March 1, 2016

 

Buon pomeriggio, oggi voglio parlare di fotografia attraverso le parole di uno dei più grandi e famosi fotografi del nostro tempo: Henri Cartier Bresson.

E lo voglio fare attraverso degli stralci di intervista che ho letto un po' di tempo fa.

Leggete questo libro: "lezioni di fotografia Henri Cartier Bresson, vedere e tutto". 

Vedere, molto diverso dal guardare, il vedere ha a che fare col nostro intimo mondo, saper vedere non dipende esclusivamente dai nostri occhi, vedere dipende anche dalla nostra mente e dal nostro cuore, riprendendo così un pensiero reso celebre dal grande fotografo francese.

Non è un caso che numerosi esperimenti in cui venivano paragonate le foto dello stesso soggetto nello stesso luogo realizzate da più fotografi, hanno dimostrato che ciò che conta in fotografia è  chi sta dietro la macchina fotografica e non la macchina stessa, infatti le foto scattate da questi fotografi, benché in condizioni identiche, risultavano tutte diverse. Veniamo dunque alle parole del grande maestro.

 

 

 

Domanda: il mestiere di fotografo ti interessa ancora?

 

Risposta: vedere una bella fotografia mi fa venire voglia di fotografare: prima di tutto quelle di Kertesz, la mia fonte poetica. E poi quelle di Koundelka, Martine Frank La Querrec ed altri creano un istinto di emulazione. 

Bisogna cercare di restare attivi davanti a quello che si vede, ingaggiare un corpo a corpo con la realtà, mettere da parte l'abitudine e la routine.

Bisogna esercitarsi guardare sempre, bilanciando conscio e inconscio in una sorta di danza, praticando il disegno immediato, automatico ed intuitivo.

È una cosa che mi dà una gioia enorme. L'effetto sorpresa del reportage, il fatto di trovarsi nelle situazioni, di lavorare su un soggetto, tutto questo non è la fotografia. E lo spreco incoraggiato dal mondo di oggi comporta

una tale invsione di immagini!

 

 

Domanda: si tiene al corrente di ciò che viene pubblicato in campo fotografico?

 

Risposta:Detesto guardare i libri di fotografia. Non è una questione di snobismo, è che preferisco guardare provini a contatto, è lì che si vede l'individuo. Non mi interesso nemmeno ai miei libri o alle mie pubblicazioni, a patto che le mie fotografie non siano state ritagliate o ritoccate, che siano state pubblicate nella loro integrità.

Non sono sensibile all'impaginazione delle mie immagini, quale che sia il talento del direttore artistico.

L'unico modo di correggere la fotografia è azzeccare la successiva,se la realtà lo consente.

La sola attività  cui mi dedico, a parte la ripresa, è l' allestimento di una mostra.

 

Domanda: fotografia sembra dividersi in due tendenze: quella costruita, messa in scena e quella catturata...

 

Risposta:la vita assomiglia ad un tavolo operatorio: tutto si presenta insieme, si determina una certa composizione, sempre più ricca di quella che potrebbe produrre l'immaginazione. Tutte queste immagini in posa, messe in scena, senza il minimo senso della forma, della dialettica,questi retaggi della moda e della pubblicità, le fotografie di Avedon, Sudre, Hamilton, Diane arbus, Davidson, che altro? I loro autori mi interessano da un punto di vista sociologico e politico, perché rappresentano una naturale conseguenza, lo smarrimento di un certo mondo all'americana, un mondo verso il nulla.

Purtroppo non rivoluzionano niente, sono integrati in questa civiltà della compravendita.

Assomigliano a questo mondo privo di erotismo, di sensualità, di amore.

Scatologi e coprofagi, non fanno che fotografare le loro angosce, le loro nevrosi.

Copiare e necessario, lo facciamo tutti, ma è la natura ciò che bisogna copiare e al secondo scatto si dipinge se stessi.

Essere se stessi, secondo me significa essere fuori di sé. Come scrive Herrigel: raggiungiamo noi stessi prendendo di mira il bersaglio, il mondo esteriore.

Quelli prendono di mira solo le proprie viscere. Non si parla nemmeno più di ritmo, della sezione aurea di Matila Ghyca, di Pitagora. Chi ha scritto nel Rinascimento: non entri nessuno che non conosca la geometria?

 

 

Domanda: la fotografia è un'arte? E il titolo di un libro pubblicato di recente. Dai una risposta questa domanda?

 

Risposta: incredibile quanto sia conservatrice la gente: non rimette mai niente in discussione.

Tutti sono potenzialmente artisti. E, ogni essere umano è sensibile, la cosa difficile è riuscire ad esprimere la propria sensibilità, e a questo si arriva solo lavorando.

Per me la fotografia è una forma di concentrazione. 

Di esperti, di persone dotate, di talenti, se ne trovano ovunque. È qualcosa di pericoloso, il talento. Cezanne era un signore che non aveva talento, in fondo Bérard aveva un talento pazzesco, ma cosa ci resta di lui? Abbiamo tanto bisogno di mettere tutto dentro delle scatole, in conserva, sotto un' etichetta? Si parla di grande arte, di arte medie, di arti di intrattenimento, ma in fin dei conti che cosa è questa concezione del mondo, della vita dell'essere umano, questa classificazione gerarchica? Flaubert, Stendhal detestavano questo mondo… Io non separo la fotografia dal resto, è un mezzo di espressione visiva come un altro.

È un'arte? Forse, a volte sì, a volte no. La pittura è un'arte? Cose alla fine un artista? Pubblicare collezione intitolate i capolavori assoluti. Si vedono editori pubblicare collezioni intitolate " i capolavori assoluti". Perchè non "capolavori incontestabili"?

È qualcosa di miserabile e commerciale. Cos'è l'assoluto?

 

Domanda: citi molto spesso il libro: lo zen e il tiro con l'arco…

 

Risposta: questo libro di Herringel, che ho scoperto qualche anno fa, mi sembra essere alla base del nostro mestiere difotografi.

Matisse scriveva più o meno le stesse cose a proposito del disegno: praticare una disciplina, imporsi un rigore e dimenticare completamente se stessi. Nella fotografia l'atteggiamento deve essere uguale: astrarsi, non cercare di dimostrare qualcosa. La mia sensazione di libertà è simile: una cornice che permette qualsiasi variazione.E' La base del buddismo zen, la prova: ci si impegna a fondo e si arriva a dimenticare se stessi.

 

Queste ultime sono forse le parole più importanti di questa intervista e mi piacerebbe che riuscissimo tutti noi a ragionarci e a comprenderne la portata per migliorare le nostre fotografie.

 

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